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A JARRAT COME A KABUL (Settembre 2000)

di Lino Duilio



No alla pena di morte

La pena di morte continua ad essere comminata in molti, troppi Paesi del mondo.
Recentemente, negli Stati Uniti, è sorta una discussione su come sostituire l’iniezione fatale con altre modalità (fucilazione compresa) a causa della indisponibilità dichiarata dalle aziende (europee) fornitrici del siero letale.
Noi continuiamo ad essere contrari a questa sanzione, qualunque sia la colpa del condannato.
Ripubblichiamo, in questa linea, un articolo su questo tema, scritto quasi 15 anni fa.
Era attuale allora, è attuale adesso!!!



Ieri sera tutto sarà stato pronto come al solito nel Greensville Correction Center, il carcere di Jarrat, piccola città dello Stato della Virginia assurta per l'occasione agli onori della cronaca. Il rito della morte "per causa di giustizia" sarà stato organizzato con le sequenze di sempre, come da regolamento, al fine di meglio scandire il tempo dell'attesa per il condannato.

Ieri quel tempo era scaduto per un giovane di trentatre anni, Derek Rocco Barnabei, americano con famiglia di origini italiane, accusato di aver stuprato ed ucciso Sarah Wisnosky, una ragazza di diciassette anni alla quale, peraltro, era legato sentimentalmente. E, nonostante la grande mobilitazione, che ha visto chiedere la sospensione della esecuzione al Parlamento italiano schierato al completo, ed allo stesso sommo Pontefice, la cerimonia si è tragicamente consumata alle nove di sera con una iniezione letale.

Il caso Barnabei richiama altri morti per condanna, negli Stati Uniti come altrove: vi sono infatti ben settantasei paesi in cui permane la pena capitale come sanzione estrema giuridicamente contemplata a fine di giustizia e deterrenza. Esso va vissuto come fatto concreto ed esemplare ad un tempo, che interroga sulla moralità (anche laica) di questa estrema sanzione negli ordinamenti giuridici dei paesi civili. Più da vicino, esso non si sottrae, come molti altri del resto, al tormento del dubbio sulla innocenza di chi, come Rocco Barnabei, fino all'ultimo urla quel "non sono stato io!", e non può far dimenticare la tristezza di padri e madri che, come Jane, si vedono strappato un figlio da parte di una giustizia che reputano ingiusta.

Si tratta di una questione di civiltà, la cui complessità si misura sempre con un quadro di tragedie umane, nelle quali si mescolano e si confondono dolori spesso egualmente intensi e contrapposti, di famiglie di persone ammazzate o che ammazzano o che solo forse hanno ammazzato; tragedie in relazione alle quali, dinnanzi ad una pubblica opinione non univoca, maturano anche, ed a volte si nascondono, interessi politici tesi a fare della morte una punizione esemplare da presentare al cittadino quale strumento necessario per la preservazione dell'ordine e della sicurezza.

Negli Stati Uniti, dicono i resoconti giornalistici, "sono i sondaggi che dettano la legge", anche nel campo della giustizia, ed oggi quasi il settanta per cento dei cittadini vogliono la pena di morte: accade così che la descrizione diventa prescrizione! Il politico al vertice delle istituzioni, in questo caso il Governatore dello Stato, difficilmente si mette contro la pubblica opinione, soprattutto quando manifesta un orientamento schiacciante. Al contrario, la somministrazione della pena deve avvenire ed avverrà con tutti i crismi che il rito prevede. L'ultima giornata di Barnabei, ad esempio, prevedeva una scansione perfino puntigliosa: alle 13.00 il cappellano; alle 16.00 l'ultimo pasto, da consumare in solitudine, con un menù che circa 28 pietanze; alle 18.00 la doccia ed abiti puliti; alle 19.00 l'arrivo nel carcere di testimoni e media previsti per assistere all'esecuzione, alle 20.00 la possibilità di raccoglimento per pregare e la concessione di una matita per scrivere l'ultimo messaggio, alle 20.45 l'arrivo dei secondini per il "dead man walking", l'ultimo viaggio, di circa venti metri, del "morto che cammina", alle 21.00 l'iniezione letale.

Circa due mesi fa, su La Repubblica è stato raccontato di un'esecuzione capitale avvenuta a Kabul, in Afghanistan, un paese molto lontano, in tutti i sensi, dagli Stati Uniti. La scena, efficacemente riportata dal corrispondente, si svolgeva in pubblico, allo stadio, secondo la tradizione islamica. Il condannato a morte, Mohasil, veniva giustiziato per decapitazione da Daoud, alla presenza dei parenti della vittima, chiamati per l'occasione ad assaporare il gusto della vendetta, che si consumava per il tramite di un boia chiamato ad uccidere per giustizia un altro uomo, che gli stava davanti, bendato, in ginocchio.

In entrambi i casi, a Jarrat come a Kabul, quei due condannati erano probabilmente già morti più volte, quando nel mistero del loro animo si saranno trovati a contare il tempo che li separava dalla soluzione finale. In entrambi i casi, la sacralità della vita che, per quanto possa essere deturpato, vede nel volto di ogni uomo rifulgere un bagliore di Assoluto, veniva violata dalla decisione prometeica che pretende di affidare all'uomo il potere di dare la vita ed anche la morte.

Commentava Gabriele Romagnoli, quel corrispondente dall'Afghanistan, che negli Stati Uniti, a differenza di Kabul, "non ci sono coltelli, grida, sangue. Lo Stato fa le cose pulite, con pulsanti, siringhe e vetri divisori. Tutto è più asettico, tutto è più feroce. Perché non c'è scelta, non c'è bivio che conduca alla speranza, non si celebra alcun mistero della coscienza e del perdono. Al miracolo di una svolta dell'animo si sostituisce tutt'al più il calcolo elettoralistico di un governatore che solleva un telefono (…) frustrando vedove ed orfani ormai pronti per assistere a una vendetta meccanica".

E aggiungeva, quel giornalista: "Può darsi che un'evoluzione dell'opinione pubblica e un susseguente processo legislativo metta un giorno fine alle esecuzioni capitali negli USA e in altri paesi (più o meno democratici), ma sarà un processo lungo, mediato e dettato dal tornaconto. Nello stadio di Kabul tutto è più semplice e tremendo. L'uomo con il coltello davanti al suo simile bendato scopre finalmente quale Dio onora: un Dio di vendetta o di misericordia".

Jarrat non è dunque molto distante da Kabul, e molto tempo dovrà passare, negli Stati Uniti come in Afghanistan come altrove, affinché la pena di morte venga bandita dagli ordinamenti giuridici di paesi che vogliano dirsi civili e moderni. Occorre non demordere nella lotta per una nuova sensibilità civica e culturale su questa materia: solo se si moltiplicano le voci della coscienza contro il muro della morte comminata come pena sarà possibile conseguire il risultato.

Personalmente, credo vadano ringraziati tutti quanti si sono impegnati nella vicenda Barnabei, come in altre passate. In particolare, credo vada ringraziato l'onorevole Fabrizio Vigni, dei Democratici di Sinistra, che dall'inizio ha profuso impegno non comune per salvare la vita a quel ragazzo.

Per il resto, noi Popolari saremo sempre in prima linea a sostenere questa battaglia. Fa parte della nostra storia. E poi siamo convinti che, alla lunga, prevarrà un orientamento alla vita.
Siamo convinti, come ben ha scritto Romagnoli da Kabul, con il quale concludiamo, che "un istante cambia il corso della storia, un esempio guida intere generazioni. Mohasil è stato uno dei tanti che verranno dimenticati. Ma un giorno in quello stadio qualcuno verrà trafitto da un istinto impossibile, poserà il coltello ai piedi di un assassino bendato e se ne andrà tra gli applausi. E un altro ancora dopo di lui, finché la cerimonia non avrà più ragione di esistere".

Siamo anche noi convinti di questo, e siamo convinti che anche in Virginia, come nel Texas come altrove, prima o poi si leverà alta la voce di quanti vorranno fermare la macchina della morte di Stato.
Perché prevarrà la fiducia negli uomini e nella loro capacità di redimersi e di perdonarsi. E, per chi ci crede, perché, come è scritto nel libro di Giobbe, "Dio tiene in mano l'anima di ogni vivente e il respiro di ogni carne umana".




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